Il presidente Emiliano Orrù rivendica la condivisione del nuovo disciplinare a tutela dell'ambiente. Dura replica del Consorzio del Porto: tariffe fuori mercato, nessun vero confronto e mezzi a impatto zero tassati per fare cassa.
È scontro aperto tra l'Azienda Speciale Parco di Porto Conte, l'ente pubblico che gestisce l'Area Marina Protetta di Capo Caccia e Isola Piana, e le aziende marittime private che operano nel golfo. Il terreno dello scontro è il nuovo Disciplinare 2026, il documento che fissa le regole e le tariffe per poter lavorare all'interno del perimetro marittimo tutelato. A innescare la miccia sono state le dichiarazioni diramate il 3 giugno dal Consiglio Direttivo del Parco, guidato dal presidente Emiliano Orrù, per rispondere ad alcune critiche sollevate dai consiglieri comunali di Forza Italia. I vertici dell'ente pubblico difendono l'impianto delle nuove regole, sostenendo che non esista "nessuna contrapposizione tra tutela ambientale e sviluppo economico". Secondo la versione fornita da Orrù, l'ente non vuole penalizzare gli operatori, ma garantire una gestione equilibrata imposta dalle leggi nazionali, attraverso un percorso di ascolto e dialogo avviato nel 2025 con i portatori di interesse e le associazioni di categoria. Il presidente sottolinea inoltre che le tariffe per chi noleggia le barche da diporto sono state concordate con le aziende interessate e che il tetto massimo di imbarcazioni ammesse è stato fissato a un livello superiore rispetto alle richieste effettivamente arrivate sui tavoli degli uffici.
La narrazione dell'ente pubblico viene però respinta in blocco dal Consorzio Commerciale del Porto di Alghero, l'organismo che riunisce le imprese marittime locali. Attraverso una dura nota firmata dal presidente Andrea Ambroggi, gli operatori definiscono i comunicati del Parco pura poesia istituzionale, lontana dalla dura realtà dei fatti. Ambroggi denuncia l'assenza di un vero tavolo tecnico, lamentando come le decisioni siano state calate dall'alto, mettendo in discussione il lavoro di oltre sessanta dipendenti, migliaia di turisti e investimenti privati per centinaia di migliaia di euro. L'accusa si concentra su una riunione convocata nel dicembre del 2025 alla presenza di sole sette aziende: in quell'occasione, secondo il Consorzio, i vertici avrebbero semplicemente mostrato il documento definitivo per il 2026 da spedire ai ministeri romani, senza fornire alcuna bozza preventiva e senza concedere margini per un vero confronto o per eventuali modifiche. Un metodo decisionale che le imprese ritengono capace di stravolgere intere stagioni lavorative e l'esistenza stessa di piccole e medie realtà storiche della città.
Le contestazioni delle aziende entrano nel dettaglio delle nuove regole, definite un impianto sanzionatorio e burocratico creato per fare cassa e non per tutelare l'ecosistema. Il Consorzio punta il dito contro tariffe ritenute fuori mercato, superiori a quelle richieste in altre aree marine protette regionali che generano volumi d'affari maggiori rispetto a quello algherese. La polemica investe direttamente i mezzi ecologici privi di motore: le aziende denunciano l'imposizione di balzelli insostenibili anche per i noleggiatori di canoe e tavole da paddle surf, costi che avrebbero già costretto diversi consorziati a fermare l'attività all'interno del Parco da ormai due anni. Viene contestato anche il limite massimo di centoventicinque unità destinate alla locazione, un tetto che, secondo gli operatori, sarebbe stato imposto senza alcuno studio scientifico in grado di certificare la reale capacità di carico umano in quell'area, generando una disparità rispetto al diporto generale.
A queste accuse si aggiunge un problema pratico legato ai controlli in mare. Ambroggi rileva che l'ente gestore incassa quote elevate per spese ambientali ma non ha mai fornito alle aziende gli adesivi e le bandiere identificative obbligatorie previste dall'articolo 21.7 dello stesso disciplinare dell'Area Marina Protetta. Questa mancanza materiale, sostiene il Consorzio, impedisce di verificare direttamente sul campo chi sia in regola, agevolando l'abusivismo che gli stessi operatori vorrebbero contrastare. L'assenza di verifiche favorisce il transito indisturbato di barche appartenenti a società esterne al Comune di Alghero, le quali attraversano le acque protette senza pagare alcuna tassa, generando una disparità inaccettabile rispetto alle imprese locali. La richiesta finale del fronte imprenditoriale per applicare i decreti istitutivi del 2002 è netta: l'apertura di un vero tavolo tecnico in cui discutere sulle bozze e la fine dei monologhi decisionali chiusi a doppia mandata negli uffici dell'ente.