L'ospedale di Sassari blinda i reparti contro il virus Ebola e prepara i medici in trincea

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L'Azienda ospedaliero universitaria spegne gli allarmi e allestisce un'area di massimo isolamento nell'ex rianimazione Covid di viale San Pietro. Dal diciotto giugno scatta l'addestramento speciale del personale in collaborazione con l'Istituto Spallanzani di Roma.

L'Azienda ospedaliero universitaria di Sassari, la struttura pubblica che gestisce i principali poli medici della città, frena sul nascere qualsiasi allarmismo legato al virus Ebola e annuncia di avere già a disposizione spazi e competenze per fronteggiare eventuali emergenze. Per gestire i casi sospetti di infezione, o la comparsa di altri agenti patogeni ad altissima pericolosità e trasmissibili per contatto diretto, i vertici sanitari hanno individuato e isolato un'area specifica all'interno della Clinica di Malattie infettive situata in viale San Pietro. Si tratta degli stessi ambienti che durante gli anni più duri della pandemia erano stati impiegati come reparto di rianimazione per i malati di Covid e che oggi, dopo essere stati ripuliti e collaudati, possono essere convertiti in tempi rapidissimi in una zona ad alto isolamento. Il protocollo prevede percorsi rigorosamente separati per l'ingresso dei pazienti e per le delicate fasi in cui il personale medico deve indossare e togliere le tute protettive. L'intera area, classificata come zona rossa, è stata inoltre dotata dei macchinari necessari per eseguire esami e monitoraggi senza mai spostare il malato all'esterno, abbattendo così i rischi di contagio per chi lavora e per i cittadini.

A confermare la tenuta del sistema è Sergio Babudieri, professore ordinario dell'ateneo cittadino e direttore della struttura complessa di Malattie infettive e tropicali. «La struttura c’è, i medici e anche le competenze ci sono», assicura il primario, ricordando come l'ospedale sassarese abbia già affrontato e neutralizzato un caso di Ebola nel 2015 senza registrare contagi secondari, oltre ad aver retto l'urto dei reparti ad altissima complessità durante l'emergenza coronavirus. «È chiaro che questi scenari richiedono organizzazione, protocolli formalizzati e formazione continua, ma non partiamo da zero. L’obiettivo è garantire una gestione sicura del paziente sospetto e, soprattutto, proteggere operatori e cittadini». Le procedure di sicurezza sono attualmente in fase di approvazione finale, come conferma Luciana Mameli, la direttrice sanitaria incaricata di coordinare l'organizzazione medica dell'azienda ospedaliera: «Stiamo lavorando per mettere a punto una procedura chiara, sostenibile e coerente con le esigenze di sicurezza. Non bisogna alimentare allarmismi, ma rafforzare la preparazione. La formazione, la definizione dei percorsi e l’individuazione degli spazi sono gli strumenti con cui si governa il rischio e si evita l’improvvisazione».

Proprio sul fronte della preparazione tecnica del personale, l'ospedale ha stretto un accordo con l'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma, la struttura italiana di massima eccellenza per lo studio e la cura di questo genere di patologie. Il primo ciclo di addestramento per i sanitari sardi prenderà il via il 18 giugno, per poi proseguire con nuove sessioni a luglio e durante l'autunno. Se dovesse presentarsi un caso sospetto, la macchina organizzativa sassarese non opererebbe in solitaria ma si muoverebbe all'interno di una rete istituzionale complessa. Il piano d'azione prevede il coinvolgimento immediato dell'Areus, l'Azienda regionale che gestisce le ambulanze e l'elisoccorso, affiancata dai servizi di prevenzione, dal Ministero della Salute e dall'Istituto Superiore di Sanità. In caso di conferma della diagnosi clinica, il paziente verrebbe trasferito proprio allo Spallanzani di Roma, viaggiando a bordo dei velivoli dell'Aeronautica militare equipaggiati con le speciali barelle del nucleo di biocontenimento. Un iter rigidamente tracciato che, nelle parole conclusive di Babudieri, rappresenta la vera barriera contro l'infezione: «L’eventuale gestione di un caso sospetto avverrebbe in stretto raccordo con la rete regionale e nazionale garantendo un percorso assistenziale definito e sicuro in ogni fase della presa in carico. Il punto fondamentale è farsi trovare pronti. La paura nasce quando non si conoscono i percorsi. La formazione serve proprio a questo: dare sicurezza agli operatori e protezione ai pazienti».