La Procura chiede il processo per i vertici del lido di Calabona: scogli spianati con le ruspe per fare spazio all'erba inglese

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Cinque imprenditori rischiano il rinvio a giudizio per la costruzione dell'A-mare Beach Club ad Alghero. A innescare l'inchiesta è stato l'esposto del Gruppo d'Intervento Giuridico presieduto da Stefano Deliperi.

La Procura della Repubblica del Tribunale di Sassari ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio, l'atto formale con cui si chiede a un giudice di disporre l'apertura di un processo penale, per cinque persone coinvolte nella realizzazione del complesso turistico A-mare Beach Club sulla scogliera di Calabona, sul litorale di Alghero. Il provvedimento, che ora dovrà essere valutato dal Giudice dell'udienza preliminare, colpisce gli imprenditori identificati con le iniziali V.R., A.N., D.S., V.S. e G.P., i quali ricoprono ruoli di vertice all'interno della società Bagni del Corallo s.r.l., della sua controllante MP Finance s.r.l. e della ditta che ha materialmente eseguito i cantieri sulla costa.

L'impianto accusatorio del tribunale sassarese contesta uno stravolgimento radicale del paesaggio costiero, in netto contrasto con le autorizzazioni ricevute che imponevano esclusivamente il montaggio di strutture a carattere precario, interamente reversibili e limitate alla sola stagione estiva. Le indagini condotte dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale denunciano al contrario un'alterazione irreversibile del territorio: il cantiere avrebbe asportato circa novecento metri quadrati di suolo naturale, sradicando completamente la macchia mediterranea spontanea. A questo si aggiunge la modificazione definitiva delle altimetrie del terreno, ottenuta spianando le rocce calcaree attraverso l'utilizzo di escavatori e mezzi pesanti. Al posto della scogliera originaria, l'accusa rileva la messa a dimora di ottocento metri quadrati di prato all'inglese e l'innesto di diverse specie vegetali esotiche importate dalla Nuova Zelanda e dal Sud Africa.

Le contestazioni mosse dalla magistratura riguardano anche i volumi commerciali. Sull'area è stata posizionata una piattaforma in legno e materiale plastico di duecentottantatré metri quadrati dotata di rampe di accesso e pedane, su cui sono state installate tre strutture adibite a chiosco-bar, reception e servizi igienici, affiancate da opere propedeutiche all'ancoraggio di un pontile galleggiante. Secondo gli inquirenti, questi interventi violano in modo palese le normative del Testo unico dell'edilizia e il Codice dei beni culturali e del paesaggio. I cinque indagati devono quindi rispondere di illeciti penali, aggravati dalla finalità di profitto e dall'aver causato un danno di rilevante gravità a un'area sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale.

L'intera inchiesta giudiziaria è partita su impulso del Gruppo d'Intervento Giuridico (GrIG), l'associazione ecologista rappresentata da Stefano Deliperi, che ha diffuso i dettagli della richiesta di rinvio a giudizio rendendoli pubblici anche attraverso il portale ufficiale gruppodinterventogiuridicoweb.com. La sigla ambientalista, riconosciuta formalmente come persona offesa nel procedimento e tutelata in sede legale dall'avvocata Susanna Deiana, aveva innescato le verifiche della Procura richiedendo l'accesso agli atti amministrativi del cantiere già nel marzo del 2024. Da quella mossa è scaturita una lunga sequenza di sequestri da parte dell'autorità giudiziaria, seguiti da temporanei dissequestri che hanno permesso l'operatività del locale. Un braccio di ferro andato avanti fino all'alba dell'estate 2026, quando la società di gestione ha infine comunicato la decisione di non aprire i battenti in attesa di chiarire la propria posizione nelle aule del tribunale, rivendicando di aver sempre operato nella legalità.