La Procura di Oristano chiede il rinvio a giudizio per due indagati. Le indagini della Guardia Forestale e le stime del Cnr certificano la compromissione dell'ecosistema marino nell'area protetta.
Settantamila ricci di mare strappati ai fondali in appena centoventi giorni. Un saccheggio sistematico che ora costa a due persone la richiesta di rinvio a giudizio, ovvero il passaggio alla fase processuale vera e propria in cui un giudice dovrà valutare e soppesare le accuse formulate dalla magistratura. A muovere i fili dell'inchiesta è stata la Procura della Repubblica di Oristano, sotto il coordinamento del pubblico ministero Valerio Bagattini. Il reato contestato ai due presunti bracconieri non si limita alla semplice pesca abusiva, ma si spinge fino al delitto di inquinamento ambientale, una fattispecie penale severa concepita per punire chi compromette in modo misurabile e significativo il fragile equilibrio di un ecosistema.
L'indagine è stata condotta sul campo dagli uomini della Stazione Forestale e di Vigilanza Ambientale di Oristano, supportati nelle operazioni di perlustrazione dalle compagnie dei Barracelli, le storiche ronde rurali e costiere della Sardegna, operanti nel territorio di Cabras. L'attività investigativa ha scoperchiato una rete ben collaudata: il prelievo illegale degli echinodermi avveniva con precisione all'interno della zona B dell'Area Marina Protetta della Penisola del Sinis e dell'Isola di Mal di Ventre. Si tratta di un tratto di mare sottoposto a vincoli di riserva generale, dove vige il divieto assoluto di cattura. Il bottino non restava invenduto sulle barche: secondo le ricostruzioni, i due indagati provvedevano alla lavorazione e alla successiva commercializzazione del prodotto clandestino, che finiva per rifornire i menù dei ristoranti locali.
A imprimere una svolta decisiva all'impianto accusatorio è stata la collaborazione tecnica con i ricercatori del Consiglio Nazionale delle Ricerche della sede di Oristano-Torregrande. Gli studi degli scienziati hanno certificato una drastica diminuzione della popolazione sottomarina, dimostrando una correlazione diretta e inequivocabile tra l'attività di pesca di frodo e il crollo della densità degli esemplari di taglia idonea al commercio. Questi dati numerici hanno fornito alla Procura l'elemento cardine per applicare l'articolo 452-bis del codice penale. Agli indagati, che in caso di condanna rischiano pene oscillanti tra i due e i sei anni di reclusione e sanzioni pecuniarie comprese tra i diecimila e i centomila euro, vengono contestati formalmente anche l'esercizio illecito della pesca in area protetta e la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione. Il fascicolo passa ora nelle aule del tribunale per l'accertamento definitivo delle singole responsabilità e la quantificazione esatta del danno arrecato alla riserva.
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