Un vitello, il virus e la burocrazia: la nuova via crucis degli allevatori nel Sarrabus

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Pare che ci sia una maledizione antica sui pascoli di questa nostra isola, una condanna a non poter mai tracciare un bilancio sereno a fine stagione. Quando non sono le bizze del clima a inaridire la terra, è la lentezza della burocrazia a prosciugare le casse; e quando non è l'una o l'altra, ci pensa l'immancabile virus di turno.

La notizia, diffusa in queste ore dal Centro Studi Agricoli con palpabile e giustificato sconforto, ha il sapore amaro di un copione che in Sardegna conosciamo fin troppo bene. Nelle campagne del Sarrabus, per la precisione in località Xeraxi, nel territorio di Muravera, l'ombra della dermatite nodulare contagiosa bovina è tornata a farsi minacciosa. La morte di un vitello in un allevamento ha fatto scattare i campanelli d'allarme. Le prime analisi, benché si attenda l'ufficialità definitiva dei laboratori, non lasciano molto spazio all'ottimismo. Se il sospetto dovesse trasformarsi in cruda certezza, per l'allevatore coinvolto si profila il più drammatico e irrevocabile degli epiloghi: l'abbattimento dell'intera mandria, composta da circa novanta capi. Un patrimonio genetico e di fatica cancellato in un istante.

Per chi osserva il mondo agricolo dai salotti cittadini, la morte di un vitello può sembrare uno sfortunato incidente di percorso. Ma nelle logiche spietate della profilassi veterinaria, un singolo caso positivo significa la paralisi di un intero distretto. I protocolli sanitari, in questi frangenti, non ammettono deroghe né sentimentalismi: si traccia col compasso una "zona di protezione" nel raggio di 25 chilometri dal focolaio, e una "zona di controllo" che si allarga fino a 50 chilometri. Tradotto dal burocratese all'italiano corrente, questo significa il blocco totale delle movimentazioni. Nessun animale entra, nessuno esce. I mercati si fermano, le vendite si congelano, mentre i costi per alimentare le bestie chiuse nelle stalle continuano a correre.

Ed è in questo esatto snodo che la cronaca sanitaria si incrocia, inevitabilmente, con l'inefficienza della macchina pubblica. Non scopriamo certo oggi i ritardi cronici della Regione Sardegna nella gestione delle emergenze zootecniche. Come denuncia a chiare lettere il Centro Studi Agricoli, gli allevatori sardi stanno ancora aspettando gli indennizzi per il blocco delle movimentazioni patito lo scorso anno. Hanno obbedito alle regole, hanno stretto i denti subendo danni economici incalcolabili, e in cambio hanno ricevuto il consueto, assordante silenzio dei palazzi cagliaritani. Ora, con lo spettro di una nuova serrata, si chiede a questa gente di affrontare l'ennesima bufera senza avere nemmeno in tasca i rimborsi di quella precedente.

L'appello lanciato da Tore Piana, presidente del Centro Studi, non è soltanto la fisiologica richiesta di aiuto di un sindacato, ma un atto di accusa contro un sistema che si ostina a rincorrere le tragedie invece di prevenirle. Piana chiede l'innalzamento immediato della guardia, controlli stringenti sui trasporti e verifiche a tappeto nei territori a rischio. "Non è più accettabile arrivare sempre dopo", tuona la nota dell'associazione. E come dargli torto?

In un'isola che fa dell'agroalimentare il proprio vanto nei dépliant turistici, la salute animale e la sopravvivenza delle aziende non possono dipendere dalla fatalità o dai tempi biblici di un assessorato. Curare il bestiame è un mestiere duro, antico e nobile; dover curare anche le croniche inefficienze dello Stato, invece, è una condanna che nessun allevatore dovrebbe essere più costretto a scontare.