L'Italia è, per sua conformazione geografica e per antichi vizi, una terra abituata a convivere con l'emergenza. Terremoti, alluvioni, crolli. Ma se la macchina dei soccorsi per i vivi ha imparato col tempo a muoversi con una certa solerzia, c'è un aspetto della tragedia collettiva che spesso viene travolto dal caos e dall'improvvisazione: la gestione di chi, sotto quelle macerie o in quelle acque, ci resta.
È un tema sgradevole ma ineludibile, quello che si nasconde dietro la fredda dicitura burocratica del "Piano Provinciale per la gestione dei deceduti in seguito ad eventi emergenziali di protezione civile", appena approvato a Oristano. Un documento che recepisce una direttiva di Palazzo Chigi del 2022 e che porta la firma del Prefetto Salvatore Angieri. Un atto siglato proprio sul filo di lana, prima di fare i bagagli e lasciare la sede sarda per un nuovo incarico; un lascito che, nelle intenzioni della Prefettura, vuole essere un segno di responsabilità verso una comunità che, come tutte, spera di non averne mai bisogno.
Ma cosa significa, all'atto pratico, pianificare la morte in caso di disastro? Chiunque abbia memoria delle grandi sciagure nazionali sa che lo strazio peggiore per le famiglie, dopo la perdita, è l'attesa del riconoscimento. L'incertezza, il rimpallo delle salme, la confusione delle liste e dei dispersi. Il piano oristanese serve esattamente a impedire questo scempio, appoggiandosi sulle linee guida del 2023 stilate dall'Interpol (l'organizzazione internazionale della polizia criminale), specificamente dedicate alla Disaster Victim Identification, ovvero le procedure standardizzate per dare un nome alle vittime dei disastri.
In sintesi, si stabilisce a mente fredda, prima che la catastrofe avvenga, chi deve fare cosa. Si fissano i protocolli per recuperare i corpi senza inquinare le prove d'identità, si decide dove e come allestire le camere mortuarie provvisorie per incidenti su larga scala, come incrociare i dati e, non ultimo, come assistere psicologicamente i parenti, evitando loro l'ennesimo, crudele calvario in mezzo al disordine.
In scenari in cui il tempo, la vastità dell'evento e il panico giocano contro la pietà, avere una procedura ferrea è l'unica difesa contro la barbarie. Lo sintetizza lo stesso rappresentante del Governo, congedandosi dalla città e definendo il piano esattamente per ciò che è: «Un importante strumento operativo per la gestione di situazioni complesse e delicate nel massimo rispetto delle vittime e dei familiari».
Una firma su un faldone che, per ovvia e umana scaramanzia, si spera di dover lasciare a prendere polvere in un cassetto il più a lungo possibile. Ma che, in un Paese che troppo spesso piange i propri morti senza averli saputi proteggere da vivi, garantisce almeno che la macchina dello Stato non si faccia trovare impreparata nel momento dell'addio.