Il diamante di Alghero si spegne: se la burocrazia federale ignora l’isola

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Mettetevi comodi, perché la storia che arriva da Alghero è il ritratto perfetto di un’Italia a due velocità, dove il merito sportivo sbatte regolarmente il muso contro il muro della burocrazia federale. La ASD Catalana Baseball & Softball — dove l'acronimo sta per Associazione Sportiva Dilettantistica, ente senza scopo di lucro che dovrebbe essere il polmone dello sport di base — ha gettato la spugna. Non per mancanza di fiato, ma per un eccesso di ostacoli che con il "diamante" hanno poco a che spartire.

L'architettura del sistema e il peso dell'insularità In Italia, lo sport è governato dalle Federazioni. Nel caso specifico parliamo della FIBS (Federazione Italiana Baseball Softball), l’organismo che riconosce le società, organizza i campionati e promuovere la disciplina. Il "diamante" stavolta si è scheggiato sotto il peso di oneri e decisioni che la società algherese definisce «indipendenti dalla nostra volontà».

Con una nota intrisa di quella dignità tipica di chi mastica polvere sui campi da cinquant'anni, il Presidente Pierpaolo Deriu ha annunciato il ritiro da ogni attività agonistica per il 2026: «Sfortunatamente, una serie di eventi verificatisi nelle ultime settimane, indipendenti dalla nostra volontà, ci hanno drammaticamente allontanato dall’idea di sport agonistico che in questi anni ci ha dato la motivazione per andare avanti».

Il grido di una "città fisarmonica" in crisi Alghero non è solo una meta turistica; è una realtà che lotta con la crisi demografica e i costi esorbitanti dei trasporti. Fare sport nazionale partendo da un’isola è un'impresa eroica. La società lo ribadisce con forza: «Chiediamo atti concreti che tengano conto della nostra storia e della nostra complessa realtà: quella di una città costiera su un’isola italiana, in crisi demografica dove, con estrema fatica e con un numero di tesserati minimo, si è sempre giocato a Baseball dodici mesi all’anno da cinquantadue anni a questa parte».

La solidarietà (di carta) della politica L'Amministrazione comunale non è rimasta a guardare, o meglio, ha guardato e ha scritto. In un comunicato che trasuda sdegno verso i vertici federali, Palazzo Civico auspica che le criticità siano superate con il «buon senso» e accusa velatamente la Federazione di essere distratta: «Si auspica che siano superati con il buon senso e con una Federazione presente e attenta nell'affermare il merito e la passione, nel riconoscere gli sforzi e gli oneri da parte di chi, più di altri, fa sport in Sardegna con costi e oneri da sostenere per disputare campionati nazionali».

Il "diamante" di Maria Pia, dunque, resterà al buio. Resta da capire se il messaggio di "non resa" lanciato dalla Catalana, «se lo costruisci loro verranno», citando il cinema, troverà orecchie meno sorde a Roma.

È mai possibile che il sistema sportivo nazionale continui a ignorare il costo dell'insularità, trattando una società sarda come se fosse una compagine dell'hinterland milanese, condannando così all'estinzione tradizioni lunghe mezzo secolo?

 

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