Cagliari, 10 aprile. Nella sala d’onore della Regione si firma. Franco Cuccureddu, assessore al Turismo, ha radunato quindici sindaci — dalla Gallura al Barigadu — per siglare un protocollo d’intesa da 38 milioni di euro. I soldi arrivano dal FSC, ovvero il Fondo Sviluppo e Coesione: quel salvadanaio nazionale che dovrebbe servire a ricucire gli strappi tra le aree ricche e quelle che, per geografia o sfortuna, sono rimaste al palo.
Il progetto si chiama "Turismo nei Borghi" e mira a posizionare la Sardegna nel mercato dello slow tourism. Niente ressa da ombrellone, ma turismo lento: escursionismo, enogastronomia e quella "Sardegna di dentro" che spesso i visitatori vedono solo dal finestrino dell’aereo. L'obiettivo dell'Assessorato — l'ente che gestisce la politica turistica e commerciale della Sardegna — è duplice: destagionalizzare, ovvero portare gente anche quando l'acqua è fredda, e delocalizzare, togliere cioè pressione alle spiagge per spalmarla nei centri storici.
Per capire di cosa parliamo, bisogna tornare alle radici. La parola "borgo" deriva dal germanico burg, il luogo fortificato, il castello che presidiava i transiti. È qui che è nata la borghesia, la classe mercantile che ha spodestato i feudi. Cuccureddu ha tenuto a precisare il contesto con un rigore che non ammette repliche: “I borghi sono realtà urbane, normalmente di medie dimensioni, caratterizzate storicamente da una significativa presenza militare, da fortificazioni, torri, castelli (“burg” appunto), spesso sono sedi vescovili nelle quali si è sviluppato il commercio e proprio nei borghi è nata quella classe mercantile, affermatasi come classe dominante, denominata, appunto, borghesia. Pertanto la dicotomia fra borghi e città non ha senso di esistere, avendo diversi borghi ottenuto, da secoli, il titolo di città così come appare un ossimoro la terminologia, spesso usata, di piccoli borghi”.
A ogni comune andranno 2,5 milioni di euro. Non sono mance a pioggia, ma investimenti strutturati per l’accessibilità e l’ospitalità. I beneficiari sono quindici "eccellenze" certificate: Aggius, Atzara, Bosa, Carloforte, Castelsardo, Galtellì, Gavoi, Laconi, La Maddalena, Lollove (Nuoro), Oliena, Posada, Sadali, Sardara e Tempio Pausania. Tutti centri che possono fregiarsi del titolo di "Borghi più belli d’Italia" (marchio ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani) o "Bandiere Arancioni" del Touring Club.
L’Assessore è parso convinto della portata dell'operazione: “Si tratta di uno degli interventi più significativi posti in essere dall’Assessorato regionale del Turismo sia per l’entità delle risorse, sia per le finalità di consolidare un prodotto turistico, capace di fungere da attrattore di significativi flussi turistici in tutti i periodi dell’anno ed anche in comuni delle aree interne.”
Resta però l'interrogativo della realtà, quella che non si firma con i pennarelli colorati. Trentotto milioni sono una cifra degna, ma basteranno a frenare l’emorragia demografica di un entroterra che si svuota ogni volta che chiude una scuola o una banca? La residenzialità si costruisce con i servizi primari, non solo con le facciate rifatte per i visitatori della domenica. Saranno questi milioni il seme di una nuova borghesia produttiva o l’ennesimo maquillage per turisti di passaggio? La parola passa ora ai cantieri e, soprattutto, alla storia.