10.04.1991: Un’ora e venti di fiamme: la verità sepolta nel mare

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  Immaginate Livorno, 10 aprile 1991, ore 22:25. Non è solo una collisione tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo. È uno squarcio nel ventre della notte, 2.700 tonnellate di petrolio greggio che eruttano come sangue nero, incendiando il mare. Alessio Bertrand, mozzo di 23 anni, al primo imbarco, è lì nel salone Delux, mani che tremano mentre distribuisce giubbotti salvagente a ombre disperate: 75 passeggeri, 66 marinai, vite comuni – madri, figlie come Ilenia Canu di un anno, famiglie sarde dirette a Olbia. L'impatto è un tuono sordo, poi il fuoco: un inferno biblico che divora la prua, scialuppe inutili, fumo tossico che soffoca polmoni come piombo fuso.

  Bertrand non si arrende. La voce dello zio Gerardo gli rimbomba nella testa, un'eredità di mare: "Non buttarti subito, il mare è fuoco, la nave gira su se stessa, le eliche ti arrostirebbero vivo". Corre, inciampa su corpi già senza nome, invade i polmoni con una maglietta bagnata sulla bocca. Raggiunge la poppa, l'unico lembo di nave non ancora posseduto dalle fiamme. Lì, Angelo Massa e Giovanni D’Antonio: tentativi disperati di rianimazione, bocca a bocca su un uomo che esala l'ultimo respiro. Gli strappa il giubbotto, si aggrappa alla ringhiera, urla, fischia nel vuoto. Un'ora e venti minuti – non secondi, minuti di eternità – mentre i soccorsi tardano, radio che mentono: "Nessun superstite". Lui vede elicotteri volteggiare, ombre di navi, ma è solo, un puntino vivo in un relitto che puzza di carne bruciata e petrolio.

  Finalmente, gli ormeggiatori Mauro Valli e Walter Mattei, su una barchetta eroica, lo scorgono. "Lanciati!" gli gridano. Sette metri nel nero, senza ustioni gravi, senza polmoni collassati. Lo issano, lo portano sulla CP 232, e lui, tra singhiozzi, implora: "Aiutiamo gli altri!". Ma gli altri – 140 anime – sono già cenere: carbonizzati nella Moby Club, asfissiati nei corridoi. Bertrand sopravvive, ma è una condanna. Oggi, Ercolano, casa comprata coi soldi del risarcimento, moglie, due figli, insonnia cronica – tre ore a notte –, psicofarmaci che tengono a bada il mostro. "Non mi do pace", dice nelle rare interviste, occhi che bruciano ancora: perché lui sì, e Ugo Chessa, il comandante, no? Perché una terza nave fantasma, nebbia negata, inchieste che archiviano verità come scarti tossici? È una ferita aperta sul corpo dell'Italia, dove il mare non perdona e lo Stato seppellisce.