Il cappellino, le scarpe e l'estorsione: anatomia di una "baby gang" a Sassari

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C’è un ossimoro linguistico, un cortocircuito di senso che la cronaca contemporanea ci ha costretto ad assimilare: "baby gang". Da una parte l'innocenza presunta dell'infanzia, dall'altra l'organizzazione criminale della banda. A Sassari, questo ossimoro ha assunto i contorni fisici di un'ordinanza di custodia cautelare, eseguita nel pomeriggio di mercoledì 25 marzo dai Carabinieri, nei confronti di due studenti minorenni. I reati contestati tracciano un perimetro grave: rapina aggravata in concorso, tentata estorsione aggravata, violenza privata e minacce. Per comprendere appieno la portata di queste accuse, traduciamo il lessico del Codice Penale in azioni concrete. La rapina avviene quando ci si impossessa di un bene altrui esercitando violenza o intimidazione; la dicitura in concorso e aggravata ci avverte che l'azione è stata compiuta da più persone insieme, sfruttando la forza schiacciante e la vigliaccheria del "branco". La tentata estorsione – che etimologicamente deriva dal latino extorquere, ovvero strappare torcendo – è il tentativo di costringere la vittima a consegnare un profitto ingiusto, piegandone la volontà. A completare il quadro vi sono la violenza privata, che si realizza imponendo fisicamente o psicologicamente a un individuo di subire qualcosa contro il proprio volere, e la minaccia, la vile prospettazione di un danno imminente.

Comprendere la radice di questo fenomeno che logora la serenità dei nostri spazi urbani, oltre l'elenco dei reati, dobbiamo sciogliere i nodi del diritto e scrutare la banalità del male che si annida nei gesti quotidiani.

L'architettura della giustizia minorile: il ruolo del G.I.P. L'azione dei Carabinieri non è un atto d'imperio improvviso, ma l'esecuzione di un provvedimento emanato dall'Ufficio G.I.P. del Tribunale per i Minorenni, su richiesta della Procura competente. Sciogliamo la sigla: il G.I.P. è il Giudice per le Indagini Preliminari. Nel nostro ordinamento, questo giudice rappresenta il garante assoluto delle libertà: è una figura terza e imparziale che interviene durante la fase investigativa per valutare se le prove raccolte dall'accusa (la Procura) siano sufficientemente gravi da giustificare una limitazione della libertà personale prima ancora che si celebri un processo.

Nel caso della giustizia minorile, l'obiettivo del sistema non è mai esclusivamente punitivo, ma tendenzialmente rieducativo. Per questo motivo, ai due ragazzi non è stato aperto il cancello di un carcere ordinario. Su disposizione dell'autorità giudiziaria, uno dei minori è stato destinato a una comunità, con obbligo di permanenza e l'immediato inserimento in un percorso educativo; l'altro è stato sottoposto alla misura della permanenza domiciliare, l'equivalente degli arresti domiciliari per gli adulti.

La cronaca dei fatti: il bottino e l'estorsione Cosa spinge un gruppo di adolescenti a terrorizzare i propri coetanei? La lettura delle indagini restituisce una fotografia desolante, dove la violenza sembra esplodere per futili motivi. L'episodio cardine risale allo scorso 22 febbraio, in via Manno. Alla fermata dell'autobus, i due indagati avrebbero sottratto a un coetaneo, con la forza e dietro minaccia, un cappellino di una nota marca. Nessun movente apparente, solo la brutale prevaricazione.

Ma è scavando a ritroso che gli investigatori hanno delineato i contorni di un'operatività sistematica. Analizzando le telecamere di videosorveglianza dei mezzi pubblici e ascoltando i testimoni (un passaggio fondamentale che spezza il muro dell'omertà tra giovanissimi), i militari hanno ricostruito un fatto antecedente, datato 9 gennaio, a bordo di un autobus in via Tavolara.

Qui emerge l'accusa di estorsione. Etimologicamente, come detto, il termine deriva dal latino extorquere, ovvero "portar via torcendo", strappare con la forza. Ed è esattamente ciò che si è consumato: il tentativo di farsi consegnare una piccola somma di denaro. Al rifiuto della vittima, il branco ha reagito privando il ragazzo delle scarpe da ginnastica (cercando poi, con umiliante futilità, di rivenderle ad altri passeggeri), tentando di sfilargli il giubbino e impossessandosi, infine, di una scatola di cioccolatini. Il bottino è misero, infantile, ma la violenza psicologica e fisica inflitta alla vittima è devastante.

Il confine dell'imputabilità: l'invisibilità dei quattordicenni Un dettaglio dell'indagine merita una riflessione giuridica profonda. L'Arma sottolinea che le condotte sarebbero state compiute con la complicità di altri due ragazzi, entrambi minori di 14 anni e pertanto "non imputabili secondo la normativa vigente".

Cosa significa non essere imputabile? Nel diritto penale italiano (articolo 97 del Codice Penale), l'imputabilità è la condizione di chi ha la capacità di intendere e di volere. Lo Stato stabilisce una presunzione assoluta: chi non ha ancora compiuto i quattordici anni è considerato, per legge, incapace di comprendere appieno il disvalore penale delle proprie azioni. Non può subire un processo né una condanna. Una norma posta a tutela dello sviluppo cognitivo del fanciullo, che tuttavia, nelle dinamiche delle "baby gang", viene talvolta strumentalizzata dai ragazzi più grandi, i quali usano i giovanissimi come scudo per compiere illeciti.

L'imperativo del diritto e la domanda alla società In ossequio al principio costituzionale della presunzione d'innocenza, è doveroso e inossidabile ricordare che le responsabilità dei giovani indagati dovranno essere accertate in via definitiva solo attraverso un regolare processo e una sentenza irrevocabile. Fino ad allora, essi sono presunti innocenti.

Tuttavia, il fatto sociale resta, nudo e interrogante. Di fronte a un cappellino rubato con la forza o a un paio di scarpe sottratte su un autobus per noia o per dimostrazione di potere dobbiamo porci una domanda scomoda: quando un quattordicenne decide che la prevaricazione è l'unico linguaggio per affermare la propria esistenza, quale vuoto sta cercando di riempire? La presenza dei Carabinieri e dei Giudici è l'argine necessario e finale, ma non certifica forse il fallimento preventivo delle nostre famiglie, delle nostre scuole e delle nostre piazze?

La giustizia farà il suo corso per accertare i reati, ma il compito di ricostruire il tessuto educativo di questa città spetta a tutti noi.