Il fantasma delle Chiudende: la nuova battaglia sulle terre collettive in Sardegna

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C'è un filo rosso, robusto e spesso insanguinato, che lega la storia della Sardegna dal 1820 ai giorni nostri. È il filo spinato dei recinti. Quando il re Vittorio Emanuele I promulgò l'Editto delle Chiudende, autorizzò di fatto la recinzione delle terre, cancellando con un colpo di penna secoli di consuetudini comunitarie per favorire la proprietà privata. Oggi, a distanza di oltre due secoli, quello spettro giuridico torna ad aggirarsi per le aule della politica regionale.

A lanciare l'allarme è il GrIG, il Gruppo d'Intervento Giuridico, associazione ecologista e baluardo nella tutela del diritto ambientale, che attraverso il suo portavoce Stefano Deliperi denuncia il rischio di un nuovo, strisciante, Editto delle Chiudende. Una mossa che mirerebbe a sottrarre le terre collettive ai sardi per consegnarle agli appetiti speculativi di chi progetta parchi eolici, lottizzazioni immobiliari o discariche. Ma per comprendere la gravità di questa accusa, dobbiamo prima spogliarci della nostra ignoranza sui termini e guardare all'architettura del sistema.

Cosa sono gli usi civici e perché fanno gola L'uso civico non è un relitto del passato, ma un istituto vivo. Etimologicamente, l'espressione unisce il latino usus (l'atto di servirsi di qualcosa) a civicus (ciò che appartiene ai cittadini). Non parliamo di proprietà dello Stato (il demanio pubblico classico) né di proprietà di un privato. Parliamo di un "dominio collettivo": terre boschive, pascoli e coste che appartengono, in solido, ai residenti di una determinata comunità.

La legge italiana (dalla 1766 del 1927 fino alla più recente 168 del 2017) blinda questi territori con un triplice scudo: sono inalienabili (non si possono vendere), inusucapibili (non si possono acquisire col passaggio del tempo) e indivisibili. In Sardegna, queste terre rappresentano un patrimonio immenso: circa 303.676 ettari, il 12,62% dell'intera isola, distribuiti in quasi la totalità dei comuni sardi (il 92%). Un decimo della regione, insomma, è intoccabile per legge e vincolato alla salvaguardia paesaggistica. Un ostacolo enorme per chi considera il territorio un mero spazio da mettere a reddito.

Il casus belli: la Commissione Paritetica e la risoluzione regionale La miccia del nuovo scontro si è accesa lo scorso 31 marzo. I componenti regionali della Commissione Paritetica Stato-Regione (l'organo istituzionale incaricato di scrivere le norme di attuazione per far dialogare le leggi nazionali con lo Statuto Speciale sardo) hanno illustrato al Consiglio regionale lo stato dei lavori sugli usi civici.

Il presidente della Commissione, il professor Gianmario Demuro, ha definito l'articolo 1, comma 5 della bozza in discussione in questi termini: «la chiave di queste norme di attuazione sugli usi civici, perché cerca di introdurre il principio della permuta in caso sia intervenuta una irreversibile trasformazione del bene».

Demuro parla di "permuta" (lo scambio di un bene con un altro) a fronte di una "irreversibile trasformazione". Tradotto dal gergo tecnico: se un pezzo di terra collettiva è stato ormai compromesso per sempre (magari perché negli anni ci hanno costruito sopra un palazzo o un insediamento industriale), lo si "sdemanializza", lo si cede, e in cambio si dà alla comunità un altro pezzo di terra (un bosco o una costa) prelevato dal patrimonio pubblico.

Il dubbio metodologico Dove risiede, allora, lo scandalo denunciato dal GrIG? Nel fatto che questo meccanismo di "permuta" esiste già. È disciplinato e operativo a livello nazionale dalla legge 168 del 2017, integrata dal decreto legislativo 77/2021, e ha già permesso di risolvere decine di contenziosi in comuni come Oristano, Lanusei o San Vero Milis.

Se lo strumento normativo per salvare i diritti dei cittadini e sanare le compromissioni storiche esiste ed è funzionante, perché il Consiglio regionale sardo, con la risoluzione n. 5/XVII del 26 novembre 2025, chiede di "avviare un nuovo processo di mappatura dei terreni regionali gravati da uso civico"?

Secondo gli ecologisti, dietro il lodevole intento di riordinare la materia, si celerebbe in realtà il tentativo di smantellare i vincoli ambientali su vaste fette di territorio. Rimettere in discussione la mappa significa, potenzialmente, aprire le porte a chi preme per installare impianti di energia rinnovabile o per avviare colate di cemento su terreni finora inviolabili, aggirando il rigido controllo dello Stato. A tal proposito, il GrIG ha lanciato una petizione popolare per la difesa delle terre collettive, che in poche ore ha superato le tremilasettecento firme.

Di fronte a queste dinamiche, il giornalismo non deve emettere sentenze, ma porre i giusti interrogativi. Dobbiamo chiederci, come cittadini liberi e pensanti: la transizione ecologica e lo sviluppo economico di una terra passano necessariamente per la cancellazione dei diritti comunitari più antichi? Modernizzare significa davvero privatizzare ciò che appartiene a tutti, o è proprio nella difesa strenua dei domini collettivi che si nasconde il vero scudo contro la devastazione del paesaggio sardo? La partita è aperta, e noi continueremo a leggerne le carte.