Confartigianato lancia l'allarme: le merci isolane restano al palo e le bollette schizzano alle stelle.
Meloni: "Tragedia umana e minaccia per la stabilità economica. Paghiamo l'energia 150 milioni in più della media europea".
di Pasqualino Trubia
I telegiornali raccontano la guerra nel Golfo Persico come se fosse lontana. Missili sull'Iran, navi bloccate nello Stretto di Hormuz , diplomazie al lavoro. Ma il fuoco di quel conflitto sta già bruciando i bilanci delle piccole e medie imprese della Sardegna. Non è solo una questione di empatia per le vittime civili, ma di pura sopravvivenza economica.
L'ostaggio dell'export
A tracciare la rotta del disastro è Giacomo Meloni, presidente di Confartigianato Imprese Sardegna. Il Medio Oriente non è solo un deserto che ci vende petrolio, ma un mercato sterminato che compra la nostra roba. L'Ufficio Studi dell'associazione, spulciando i dati Istat, ha fatto i conti in tasca all'Isola: la Sardegna esporta verso gli Emirati Arabi, l'Arabia Saudita, Israele, il Qatar e altre dodici nazioni dell'area merci per un miliardo e mezzo di euro.
Cosa vendiamo agli sceicchi? Di tutto. Oltre ai carburanti raffinati a Sarroch, spediamo alimentari, vini, vestiti, mobili di design, marmi pregiati e macchinari. Questa fetta di commercio vale l'1,39 per cento del nostro valore aggiunto e lo 0,60 per cento dell'intero Prodotto Interno Lordo (PIL) regionale. Un tesoretto che ora rischia di rimanere bloccato nei porti. La Sardegna, per esposizione al rischio su quel mercato, è al settimo posto in Italia.
Il presidente Meloni fissa la posizione degli artigiani sardi:
«Non possiamo rimanere insensibili davanti alla drammatica intensificazione delle violenze nel Medio Oriente e in altre regioni del pianeta. Il nostro pensiero va anzitutto alle vittime innocenti e ai loro familiari, travolti da una spirale di conflitti che sembra non trovare una via d’uscita. Le tensioni in corso non rappresentano soltanto una tragedia umana e sociale, ma configurano anche un rischio reale per l’equilibrio economico internazionale e per il nostro sistema produttivo, composto in larga parte da micro e piccole imprese».
La trappola del gas e della bolletta
Ma il vero cappio al collo si chiama energia. Se lo stretto di Hormuz si chiude, il petrolio e il gas naturale liquefatto (GNL) non escono dal Golfo Persico. La legge della domanda e dell'offerta fa il resto: meno gas c'è in giro, più costa. E poiché in Italia l'elettricità si produce bruciando gas, le bollette schizzano verso l'alto.
Per le imprese sarde, che già vivono su un'isola senza metano di rete, è il colpo di grazia. I numeri di Confartigianato sono spietati: lo scorso anno, ancor prima di quest'ultima fiammata bellica, gli artigiani isolani hanno pagato l'energia elettrica 147 milioni di euro in più rispetto ai loro colleghi europei (un extracosto che zavorra lo 0,38% del PIL regionale).
«Le nostre imprese – sottolinea Meloni – già oggi pagano l’energia elettrica quasi 150 milioni di euro in più rispetto alla media europea. Un’ulteriore impennata dei prezzi legata alla crisi energetica internazionale potrebbe tradursi in un raddoppio dei costi vivi di produzione, con effetti devastanti sulla competitività».
Il meccanismo è perverso e colpisce tutti, dal fornaio al marmista:
«È evidente che la chiusura dello stretto di Hormuz si rifletterà anche sulle materie prime. Ma già sapere che il gas è schizzato alle stelle, e in Italia l’elettricità si fa con il gas, non aiuta l’economia e, soprattutto, non aiuta i consumi che si stavano risollevando ma che adesso potrebbero risentirne. Di sicuro se la crisi si protrarrà nel tempo, avremo degli effetti sulle bollette. Già scontavamo prezzi alti, adesso rischiamo che diventino altissimi». Il conto della guerra asiatica lo stiamo già pagando.