I missili su Hormuz e il conto nel piatto: così la guerra nel Golfo affama le nostre campagne

Stefano Ruggiu
L'allarme del Centro Studi Agricoli: se si chiude lo stretto, i prezzi di gasolio e concimi esplodono. Ruggiu: "Aziende del Sud a rischio crac. Un popolo senza cibo è più pericoloso di una bomba".

Il rischio che i conflitti internazionali possano ricadere direttamente sulle tasche degli agricoltori e dei consumatori italiani è oggi più concreto che mai. A lanciare l’allarme è Stefano Ruggiu, vicepresidente dell’organizzazione Centro Studi Agricoli, tecnico agrario e profondo conoscitore del mondo rurale.

«Se è vero che attraverso lo stretto di Hormuz non transitano grandi quantità di granaglie o sementi indispensabili per la nostra agricoltura – come invece avviene con il grano proveniente dall’Ucraina, altra nazione martoriata dalla guerra che dovrebbe farci riflettere sull’importanza dell’autonomia alimentare nazionale – è altrettanto vero che da quel passaggio strategico dipendono materie prime fondamentali per l’intera filiera agricola». Secondo Ruggiu, l’impatto di una eventuale crisi nello stretto sarebbe enorme: «Da Hormuz passa circa il 20-27% del petrolio mondiale trasportato via mare, circa il 20% del gas naturale liquefatto e addirittura un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti, con il 45% dell’urea mondiale».

Numeri che, secondo il vicepresidente del Centro Studi Agricoli, devono far riflettere tutta la nazione su come una crisi in quella zona possa riflettersi direttamente sui costi agricoli in Europa. Ruggiu esprime forte preoccupazione soprattutto per il Sud Italia: «Penso alle realtà agricole del Meridione e in particolare agli agricoltori sardi, siciliani e calabresi, dove le aziende sono mediamente più piccole e hanno quindi minore capacità finanziaria per assorbire l’impennata dei costi».

Attraverso Hormuz transitano infatti urea e ammoniaca provenienti da Qatar, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. «Solo da Qatar e Iran passano circa 5 milioni di tonnellate annue di urea, a cui si aggiungono circa 2 milioni di tonnellate da Emirati e Arabia Saudita – spiega Ruggiu – e parliamo di un fertilizzante fondamentale per molte colture, come ad esempio il mais».

L’Europa non dipende totalmente da queste forniture, ma Ruggiu avverte: «Viviamo in un mercato globale e anche i prezzi dei fertilizzanti sono globali. Se si blocca Hormuz, il prezzo dei concimi sale ovunque». Lo stesso discorso vale per il gas naturale, materia prima essenziale per produrre ammoniaca e urea: «Dal Golfo Persico passa circa il 20% del commercio mondiale di gas. Se aumenta il prezzo del gas, aumentano automaticamente i costi dei fertilizzanti, dell’energia utilizzata nelle aziende e dei trasporti».

Un problema che riguarda particolarmente le isole: «Ricordo che Sardegna e Sicilia sono regioni dove quasi tutto viaggia su gomma, con un impatto diretto sui costi logistici». Preoccupante anche il dato relativo al petrolio: «Da Hormuz passano circa 20 milioni di barili al giorno. È evidente come questo possa incidere sul costo del gasolio agricolo, sul riscaldamento delle serre e sulla logistica alimentare. La domanda è: quando inizieranno a lievitare i prezzi dei prodotti sugli scaffali degli italiani?».

Per questo Ruggiu chiede un intervento immediato della politica: «Chiedo con forza alla politica sarda, siciliana e nazionale di attivarsi subito con sgravi, aiuti e misure straordinarie che evitino un’esplosione dei costi per le aziende». Serve una strategia straordinaria per il comparto: «L’Italia è fortemente dipendente dall’importazione di fertilizzanti, mangimi e petrolio. Occorre predisporre subito una sorta di "Piano Marshall" per l’agricoltura, a tutela della produzione primaria».

Infine, Ruggiu lancia un messaggio chiaro sulla sicurezza alimentare: «Se non capiamo, con le guerre alle porte dell’Europa, che senza produzione primaria e senza cibo nessuna nazione può dirsi forte, rischiamo di commettere un errore storico. Un popolo affamato è più pericoloso di qualsiasi missile».

Tra le possibili soluzioni viene indicata anche una riflessione sull’agrivoltaico: «Se realizzato con criterio, può aiutare le aziende a superare la crisi di liquidità, rendendole più indipendenti dal costo dell’energia e contribuendo alla sovranità energetica della nazione».