La pasticceria Chez Les Negres è stata fondata nel 1964, come specificato da diverse fonti specializzate e guide di settore, è una pasticceria storica di Cagliari. La pasticceria nacque in via Sidney Sonnino 175, nel cuore del centro cittadino, e da allora è diventata un’istituzione per la pasticceria secca, mignon e torte, coniugando tradizione italiana e influssi francesi, punto di riferimento per intere generazioni di cagliaritani.
La pasticceria ha annunciato che cambierà il nome dell’insegna, dopo le accuse di razzismo sollevate soprattutto da turisti francesi verso la formula “Chez les negres”. Ha deciso di modificare il nome per evitare interpretazioni razziste e per rispetto verso le critiche ricevute. Al momento non è stato ancora reso pubblico il nuovo nome dell’insegna: le notizie parlano solo di un cambio in programma, senza specificare quale sarà la nuova denominazione. Il titolare ha sottolineato che il nome nasceva da un francesismo legato alla tradizione pasticcera, ma ha riconosciuto che oggi può essere percepito come offensivo e ha preannunciato che il cambio sarà fatto in modo graduale.
Il nome Chez les Negres è considerato razzista perché il termine francese “nègre” (al plurale les nègres) richiama in modo diretto la storia della schiavitù, del colonialismo e del razzismo nei confronti delle persone di origine africana. In francese “nègre” è stato usato per secoli per indicare gli schiavi africani e, più in generale, le persone nere, sempre in un contesto di inferiorità, sottomissione e proprietà. Molti studiosi e attivisti sottolineano che il termine non è neutro, ma porta con sé il peso della tratta degli schiavi, della colonizzazione e della costruzione di gerarchie razziali, tanto che oggi è considerato palesemente offensivo in molti contesti sociali e giuridici. L’espressione “Chez les Negres” (letteralmente “a casa dei neri”) finisce per oggettivare e ridurre a stereotipo un gruppo di persone, usando un termine che è storicamente associato alla degradazione e alla marginalizzazione. In contesti come Francia, Belgio e altri Paesi con forte sensibilità per la storia coloniale, segnali pubblici che usano questo termine (negozi, insegne, denominazioni di quartieri) sono spesso oggetto di denunce e cambi di nome, proprio perché considerati simboli di razzismo passato e presentificato.
Molte critiche parlano di “cancel culture”, ma la sostanza è diversa: non si cancella la storia quando si cambiano i nomi, si aggiornano i simboli pubblici. Un’azienda, un esercizio commerciale o un luogo hanno il dovere di non ferire deliberatamente gruppi di persone, soprattutto quando esistono alternative rispettose. Una pasticceria storica può conservare la sua identità gastronomica pur scegliendo una denominazione che non riapra vecchie ferite. Il cambio di nome non è solo un atto di rispetto verso le persone nere, ma un modo per rendere più inclusivo lo spazio pubblico quotidiano. Un’insegna, un quartiere, un marchio diventano “punti di riferimento” discorsivi: se ripetutamente associati a un termine offensivo, finiscono per normalizzare il pregiudizio. Prendere la decisione di modificare quei nomi è un segnale che la comunità, piccola o grande che sia, non vuole più essere identificata con un linguaggio che ricorda l’umiliazione. Cambiare i nomi che contengono la parola “negro” è un atto non solo simbolico, ma concretamente educativo: ricorda che la lingua non è neutra, che la memoria è viva e che ogni scelta lessicale è un passo verso una società più inclusiva o verso il consolidamento di vecchie gerarchie. Non è un gesto di cancellazione, ma di assunzione di responsabilità.