Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026: Ostensione delle relique di San Francesco

-

Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, ad Assisi, le spoglie di San Francesco sono oggetto di una ostensione pubblica prolungata: il corpo viene spostato dalla tomba nella cripta e deposto ai piedi dell’altare papale della chiesa inferiore della Basilica.  Ma se ci fermiamo al dato di cronaca, perdiamo il punto più interessante: che cosa “fa” una reliquia a una comunità, e che cosa fa a noi, oggi, il fatto di poterla vedere. L’antropologia delle reliquie aiuta a capirlo senza ridurre tutto né alla superstizione né alla sola devozione. Una reliquia non è soltanto un resto biologico: è un oggetto-relazione, cioè un frammento di materia che diventa presenza sociale. Attorno a quel corpo si costruiscono gesti codificati (la fila, il silenzio, la preghiera), tempi condivisi (l’attesa, la sosta, il ritorno), e perfino una geografia: Assisi non è “un posto qualsiasi”, ma un luogo che si carica di senso perché custodisce una memoria incarnata.

Dopo la canonizzazione del 16 luglio 1228, papa Gregorio IX dispose la costruzione di una basilica ad Assisi “per conservare i suoi resti mortali”, collegando direttamente il culto del santo al luogo della sua sepoltura. Nel 1230 il pontefice ordinò il trasferimento del corpo dalla chiesa di San Giorgio alla nuova Basilica di San Francesco, sancendo la Basilica come fulcro della memoria francescana e della rete dei pellegrinaggi. Le fonti e la tradizione custodita dai frati ricordano che la sepoltura fu resa volutamente difficile da raggiungere per evitare il rischio di trafugamenti e contese sulle reliquie, un problema molto concreto nel Medioevo. Questo aspetto è storico perché mostra quanto le reliquie fossero, oltre che oggetto di devozione, anche un bene simbolico e “strategico” capace di attrarre prestigio e flussi di fedeli. Il ritrovamento della tomba nel dicembre 1818 (dopo scavi autorizzati) ha riattivato l’attenzione storica e scientifica sul sepolcro, consentendo ricognizioni e una custodia più documentata delle spoglie. In termini storici, quel momento segna il passaggio da una memoria soprattutto “tradizionale” a una gestione più moderna del culto: verifiche, sigilli, organizzazione degli spazi di venerazione e narrazioni pubbliche più controllate.

L’ostensione è, in questo quadro, un dispositivo di visibilità regolata. Non significa mostrare “tutto”, ma rendere accessibile una presenza attraverso una messa in scena rituale: una teca, una distanza, un percorso, uno spazio liturgico. Non a caso l’annuncio dell’evento parla di “tesoro svelato” e di “occasione unica” per sostare davanti alle spoglie: parole che costruiscono eccezionalità e, insieme, responsabilità.  Il sacro, per funzionare nella storia, ha bisogno di forme: cornici che proteggono e che autorizzano. C’è poi un paradosso tipicamente francescano: Francesco è associato alla spoliazione, al rifiuto del possesso, alla povertà come libertà; eppure la sua memoria materiale si colloca al cuore di una grande macchina simbolica, la Basilica, capace di attrarre pellegrinaggi, racconti, economie, identità. Proprio qui si vede un tratto umano universale: le società custodiscono ciò che ritengono decisivo trasformandolo in “luogo”, cioè in un punto stabile dove tornare. Per questo l’ostensione non riguarda solo chi crede. È anche uno specchio civile: mostra come, nel 2026, la memoria continui a passare attraverso i corpi—quelli dei santi e quelli dei vivi—e come l’esperienza religiosa, per diventare collettiva, debba tradursi in organizzazione, spazio, rito. In fondo, una reliquia è anche questo: la prova che la storia, a volte, non si legge soltanto nei documenti, ma nelle presenze che una comunità decide di riconoscere e di attraversare insieme.