Lo scenario internazionale è mutato radicalmente, spingendo l’Europa e l’Italia a ripensare le proprie strategie energetiche non solo in chiave climatica, ma anche di sicurezza e autonomia. Alessandro Brizzi, General Manager di Renovis, analizza il contesto attuale, segnato da conflitti, riforme normative e una decisa spinta verso le rinnovabili.
«Negli ultimi anni lo scenario geopolitico internazionale ha subìto una profonda trasformazione. Diversi eventi hanno messo in discussione le tradizionali catene di approvvigionamento energetico. Il conflitto russo-ucraino, la crescente instabilità in Medio Oriente e la rivalità commerciale tra Stati Uniti e Cina hanno rivelato la vulnerabilità dei sistemi produttivi europei rispetto alla volatilità dei mercati globali e alla dipendenza dalle importazioni di gas e combustibili fossili. Questi shock esogeni, sommatisi alle tensioni sui prezzi dell’energia, hanno riportato al centro dell’agenda europea il tema della sicurezza energetica, trasformandola da tema tecnico - per pochi addetti ai lavori - a elemento strategico per rafforzare la competitività industriale».
La transizione energetica, dunque, assume una valenza politica fondamentale per l'autonomia dell'UE. Brizzi cita tre pilastri europei: «Il Green Deal, piano strategico dell’UE che mira a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050; il piano REPowerEU, che ha accelerato la necessità di incrementare la produzione interna di energia da fonti rinnovabili, specialmente attraverso il fotovoltaico; e la Direttiva RED III, approvata nel novembre 2023, la quale ha fissato un nuovo target vincolante - almeno il 42,5% di energia rinnovabile sul consumo finale lordo entro il 2030 - imponendo agli Stati membri un’accelerazione significativa sia sul fronte autorizzativo sia sul piano degli strumenti di incentivazione».
L'Italia, storicamente dipendente dall'estero, sta vivendo una fase di cambiamento, seppur con alcune ombre. «Stando ai dati di Terna, nel primo semestre del 2024, la produzione da rinnovabili ha superato per la prima volta quella da fonti fossili, raggiungendo il 43,8% del fabbisogno nazionale. Si tratta di un risultato che, seppur rilevante, si inserisce in un quadro di ritardi strutturali. Difatti, l’installazione del fotovoltaico rimane di gran lunga inferiore a quello dei principali partner europei e il Paese continua a confrontarsi con una complessità amministrativo-burocratica che negli anni ha rallentato lo sviluppo delle tecnologie verdi. È proprio in questa situazione che il ruolo degli incentivi pubblici si conferma determinante per sostenere gli investimenti, soprattutto da parte delle imprese».
L'analisi ripercorre l'evoluzione degli incentivi, dal boom del Conto Energia alla ripresa post-2022. «A partire dal 2022, il settore ha conosciuto nuovamente un’accelerazione, trainata da un insieme di incentivi che hanno agito su diverse tipologie di impianti. Difatti, accanto ai tradizionali meccanismi tariffari e ai contributi in conto capitale, hanno assunto via via rilevanza le misure di natura fiscale e le soluzioni contrattuali di lungo termine, come, ad esempio, i power purchase agreement (PPA) e i contratti Energy Performance Contract (EPC). Significativo, in questo senso, anche il piano Transizione 5.0, che riconosce crediti d’imposta per gli investimenti in beni e tecnologie idonei a conseguire una riduzione dei consumi energetici o delle emissioni climalteranti».
I dati del GSE confermano un cambio di passo verso impianti di maggiori dimensioni. «Secondo il report, la potenza installata è aumentata del +27,9% rispetto al 2023, mentre il numero complessivo di impianti entrati in esercizio è diminuito del -24,5%. Dalla combinazione di questi due indicatori si evince l’affermazione di un nuovo equilibrio. Difatti, se da un lato crescono in modo significativo gli impianti di grande dimensione (in particolare quelli superiori ai 500 kW); dall’altro, si riducono le installazioni di piccola taglia. Gli impianti tra 3 kW e 10 kW, tradizionalmente sostenuti dagli incentivi residenziali, hanno subìto un calo di circa il -30%».
Un ruolo chiave è giocato dalla semplificazione normativa, con il Decreto Legislativo n. 190/2024. «L’obiettivo generale mira a semplificare le procedure per la costruzione e l’esercizio degli impianti FER, riducendole a tre sole categorie: l’Attività Libera, la Procedura Abilitativa Semplificata (PAS) e l’Autorizzazione Unica (AU). A completamento del quadro, le opere in ambito FER vengono qualificate come interventi di pubblica utilità, indifferibili e urgenti, consentendo il superamento di alcune restrizioni di carattere ambientale e paesaggistico».
Tuttavia, restano nodi da sciogliere, come la definizione delle aree idonee e le recenti sentenze del TAR. «Nel complesso, gli incentivi economici e la riforma normativa stanno contribuendo a ridisegnare il settore fotovoltaico italiano, sostenendone l’espansione in un momento storico caratterizzato da una forte instabilità geopolitica e dalla crescente corsa globale alle tecnologie verdi. Tuttavia, nonostante i numerosi progressi, permangono alcune criticità strutturali: la disomogeneità tra le Regioni nei tempi autorizzativi; i ritardi nelle connessioni alla rete elettrica; il persistere di contenziosi su questioni paesaggistiche; infine, la carenza di competenze tecniche specializzate».
La conclusione guarda al futuro del settore industriale. «La sfida principale per il fotovoltaico industriale consisterà nel trasformare la semplificazione normativa e la spinta degli incentivi in un’accelerazione reale degli investimenti, garantendo da un lato prevedibilità agli operatori; dall’altro, una effettiva riduzione degli ostacoli amministrativi. In questo modo, dalla corretta combinazione tra incentivi fiscali, contributi a fondo perduto e strumenti di project financing si potranno massimizzare la bancabilità dei progetti e ridurre i tempi di ritorno per le imprese energivore e le PMI».