Era il 30 gennaio 2002 quando l'Italia intera fu sconvolta dalla notizia del massacro del piccolo Samuele Lorenzi, un bambino di appena tre anni, nella sua casa di famiglia a Cogne, un piccolo comune della Valle d’Aosta. Il delitto avvenne all’interno dello chalet dove Samuele viveva con i genitori, Annamaria Franzoni e Stefano Lorenzi. La violenza con cui il bambino fu ucciso colpì profondamente l’opinione pubblica: il cranio del piccolo fu colpito ben 17 volte con un oggetto contundente mai ritrovato, ma che gli inquirenti ipotizzarono potesse essere un mestolo o un pentolino di rame.
Fin dai primi sopralluoghi, le indagini si concentrarono su Annamaria Franzoni, la madre di Samuele. La scena del crimine appariva inspiegabile: non c'erano segni di effrazione, e nessun altro sembrava essere presente al momento del delitto. Franzoni dichiarò di aver trovato il figlio agonizzante nel letto al suo ritorno dalla fermata dello scuolabus, dove aveva accompagnato il figlio maggiore.
Tuttavia, alcune incongruenze e dettagli emersi nel corso delle indagini portarono gli investigatori a ritenere che la donna avesse mentito. La conclusione degli inquirenti, sostenuta dalle analisi del RIS, fu che l'assassino indossava un pigiama e zoccoli durante l'atto, elemento che coincideva con l’abbigliamento di Annamaria quella mattina.
Durante il processo, la Franzoni continuò a dichiararsi innocente, ma la sua versione dei fatti non convinse i giudici. Nel 2008, dopo anni di dibattiti e perizie, fu condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio del figlio, con l’accusa di omicidio volontario aggravato.
La vicenda non si concluse con la condanna per l’omicidio. Nel cosiddetto “Cogne Bis”, la Franzoni fu nuovamente processata, questa volta per calunnia, poiché aveva cercato di indirizzare le indagini verso un presunto assassino, sostenendo la presenza di un estraneo che avrebbe compiuto il delitto. Questa ulteriore condanna rafforzò l'immagine di una donna che, agli occhi della giustizia, aveva cercato di manipolare la verità per sviare i sospetti.
Dopo aver scontato parte della pena, grazie all'indulto e alla buona condotta, Annamaria Franzoni è oggi una donna libera.
Tuttavia, ciò che ha lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva è la sua apparente freddezza, evidenziata da una frase rivolta al marito pochi giorni dopo la tragedia: “Mi aiuti a farne un altro?” Questa frase, ritenuta agghiacciante da molti, divenne il simbolo di un caso che scosse l’Italia, sia per l’efferatezza del crimine che per l'incapacità di comprendere come una madre potesse essere coinvolta in un gesto così crudele.
Annamaria Franzoni ha sempre sostenuto la sua innocenza, e oggi è tornata a vivere a Cogne con la sua famiglia, cercando di ricostruire una vita normale. Eppure, quella casa, teatro di uno dei più efferati delitti della cronaca italiana, rimane un luogo che continua a suscitare interrogativi e inquietudini.
Il delitto di Cogne non è stato solo un episodio di cronaca nera, ma un vero e proprio fenomeno mediatico che ha messo in discussione il rapporto tra giustizia, opinione pubblica e media. Gli interminabili processi, le interviste, i dibattiti televisivi: ogni fase dell’indagine e del processo è stata seguita con un’attenzione morbosa, trasformando la famiglia Lorenzi in un simbolo dell’incertezza e delle paure di un’intera nazione.
Oggi, a più di vent’anni di distanza, resta il ricordo di un bambino che non ha avuto la possibilità di crescere e di una madre che, nonostante la condanna, continua a proclamarsi innocente. Il caso Cogne rimane una ferita aperta, un enigma irrisolto che continua a dividere l'opinione pubblica tra chi crede nella colpevolezza della Franzoni e chi ancora nutre dubbi sulla reale dinamica dei fatti.